CRITICITA’ DEL SETTORE AGRICOLO

L’attuale sistema di produzione del cibo in Sicilia è fallimentare: il sistema agro-alimentare non riesce a valorizzare e a tutelare le aziende siciliane e i prodotti autoctoni e di qualità, non è in grado di garantire la qualità organolettica a costi accessibili per tutti e non tutela la biodiversità e l’ambiente della nostra isola. Occorre mettere al centro la qualità dei prodotti, le persone e la terra.
Per elaborare il punto del programma M5S Sicilia sull’Agricoltura, si è partiti dall’analisi delle problematiche e delle criticità del settore agricolo e zootecnico, elencati di seguito. Le soluzioni proposte sono state elaborate alla luce delle esperienze di numerose aziende agricole siciliane virtuose, dei principi e dei disegni di Legge del Movimento Cinque Stelle proposte nel corso della XVI Legislatura dell’A.R.S. e dei sistemi alternativi e sostenibili attuati con successo in altre regioni d’Italia e in altri paesi europei.

“Le scelte alimentari, il modo in cui si coltiva, in cui si sostengono le proprie regioni agricole, come si presenta il cibo sono estensioni dirette della propria identità. Il cibo non è solamente una merce: è anche condivisione. E gli italiani possono insegnarci molto al riguardo.” Jeremy Rifkin
Economista, attivista e saggista statunitense, ideatore della visione della Terza Rivoluzione Industriale

Criticità rilevate:

  • ‬Insufficiente reddito prodotto dalle aziende agricole

  • Inefficiente gestione del Piano di Sviluppo Rurale (PSR)

  • Difficoltà di commercializzazione dei prodotti agro-alimentari siciliani

  • Scarsa capacità aggregativa delle imprese agricole siciliane

  • Insufficiente attenzione agli impatti ambientali da parte del comparto agricolo ‭(Elevato utilizzo di pesticidi, desertificazione del suolo e dissesto idrogeologico e presenza crescente di specie aliene infestanti e parassitarie)

  • Emigrazione dalla Sicilia e abbandono terreni agricoli

  • Agromafie, contraffazione alimentare e caporalato

  • Insufficienti risorse idriche e utilizzo inefficiente

  • Inadeguato livello di formazione e di supporto tecnico alle aziende

  • Mancata tutela e valorizzazione del settore zootecnico

Con particolare riferimento all’insufficiente offerta di alimenti semilavorati e finiti, coltivati e trasformati in Sicilia (mancata chiusura delle filiere produttive agro-alimentari), le statistiche indicano anche un calo dei consumi di prodotti agroalimentari siciliani dovuto alla crisi economica che imperversa da un decennio e a stili di vita che privilegiano, purtroppo, prodotti legati alla grande distribuzione alimentare.

Questa riduzione nei consumi risulta dal rapporto della Banca d’Italia “Economie Regionali – L’economia della Sicilia” (giugno 2015): “nel 2014, il valore aggiunto del settore agricolo si è ridotto in termini reali del 4,3 per cento”. Inoltre, in base ai dati dell’Istat (Eu-Silc) nel 2012 (ultimo anno per il quale il dato è presente) il reddito disponibile equivalente delle famiglie siciliane era pari a € 12.572, rispettivamente il 10,7% e il 30,8% in meno rispetto alla media del Mezzogiorno e dell’Italia. Tra il 2007 e il 2012 i redditi familiari si sono ridotti in Sicilia del 15,9% a prezzi costanti, più che per il Mezzogiorno e per il resto del Paese.

Da elaborazioni statistiche ISTAT si osserva che il valore delle produzioni agroalimentari siciliane è di quattro miliardi di euro, di questi, un miliardo è il controvalore delle esportazioni, i restanti tre miliardi costituiscono la stima del valore dei consumi degli alimenti prodotti in Sicilia. Se si considera che in Sicilia la stima della spesa complessiva per i consumi di prodotti agroalimentari ammonta a otto/dieci  miliardi di euro, ci si rende conto che ci sono più di cinque miliardi di differenziale ascrivibile a consumi di alimenti prodotti fuori dalla nostra Regione. Queste stime andrebbero approfondite, ma già indicano da dove bisogna partire per lo sviluppo del comparto e per le relative positive ricadute occupazionali.

La Sicilia potrebbe produrre buona parte dei prodotti che importa. Per esempio, se consideriamo che il 95% delle carni e delle mortadelle che i siciliani consumano proviene da animali nati e allevati fuori dalla Sicilia ci rendiamo conto conto di quanto poco è valorizzato il comparto degli allevamenti, della produzione e della lavorazione di carni e salumi siciliani.

La massiccia importazione di prodotti non siciliani, conseguenza della liberalizzazione degli scambi, avviene in una realtà agricola impreparata a questi eventi: le disfunzioni della nostra agricoltura – come la mancata chiusura, valorizzazione e tracciabilità delle nostre filiere produttive -, sottopongono i prodotti siciliani ad una concorrenza basata soprattutto sul prezzo piuttosto che sulla qualità.

Il settore in esame si caratterizza per un insufficiente reddito prodotto dalle aziende agricole. Probabilmente la causa primaria è da ricercare proprio nel «reddito» ricavabile in Sicilia da un’agricoltura di tipo “tradizionale”. Questo problema è molto più tangibile tra le aziende di medie e piccole dimensioni.

I ricavi provenienti dalla sola vendita di materia prima (Es. uva, olive, frutta, cereali), non sono in condizione di sostenere economicamente un’azienda agricola tradizionale. Dal Report del 2014 dell’Istituto Nazionale di Economia Agraria (RICA–INEA), emerge che il reddito netto in Sicilia è inferiore rispetto a quello nazionale anche se i costi di esercizio mediamente sono inferiori rispetto a quelli nazionali: circa € 14.400 contro € 21.700.

Dunque, nel 2012 le aziende agricole siciliane hanno realizzato mediamente un reddito netto pari a circa € 14.400, dato in forte contrazione (-22,4%) rispetto al 2011, e ancora di più rispetto a quanto rilevato a livello nazionale nello stesso periodo (-4,2%).

La situazione reddituale delle imprese agricole siciliane appena descritta, verificatasi nonostante la diminuzione dei costi correnti (-11,1%), è da ricondurre ad un decremento dei ricavi totali aziendali (-10,6%) e ad un aumento dei costi pluriennali (+19,9%). Le uniche voci che fanno registrare un incremento rispetto al 2011 sono, per l’appunto, i costi pluriennali e gli aiuti pubblici provenienti dal Programma di Sviluppo Rurale Sicilia 2007-2013 o da altre fonti diverse dal 1° pilastro della PAC (+16,0%).

Vi è una significativa differenza tra l’entità dei ricavi medi aziendali che in Sicilia nel 2012 ammontavano a circa € 34.600, molto al di sotto (-41%) del valore conseguito a livello nazionale, pari a circa € 58.300. Il notevole divario è da ricollegare, oltre che a fenomeni di natura congiunturale, anche alle più ridotte dotazioni strutturali delle aziende siciliane e ad una maggiore incidenza di processi produttivi estensivi e meno remunerativi[1].

I dati relativi ai risultati economici per classe dimensionale, oltre a mostrare, come ci si aspetta, che tutti gli aggregati crescono al crescere della dimensione economica aziendale, evidenzia anche che le aziende della classe dimensionale con valore della produzione standard compreso tra € 4.000 e € 25.000, ossia oltre il 65% dell’universo RICA rappresentato, realizza un reddito netto di circa € 4.800, molto al di sotto della media regionale (€ 14.400 circa). Ciò comporta che una quota rilevante delle aziende agricole professionali siciliane è caratterizzata da un basso livello di reddito e che, verosimilmente, non è in grado di remunerare in modo adeguato i fattori produttivi apportati.

[1] In termini relativi, il reddito netto rappresenta il 42% dei ricavi totali mentre in Italia, dove in valore assoluto questo ammonta a € 21.700 (+34% rispetto al reddito netto delle aziende siciliane), tale quota scende al 37% dei ricavi totali. I costi variabili nelle aziende siciliane rappresentano il 33% dei ricavi totali (41% in Italia) mentre i costi fissi in Sicilia incidono per il 9% (8% in Italia). Nella regione, infine, si registra una maggiore incidenza dei redditi distribuiti (16% contro il 14% del dato nazionale).

Il settore agricolo è destinatario di insufficienti investimenti. Nel‭ ‬2011‭ ‬gli investimenti fissi lordi nel settore agricolo in Sicilia si attestavano su‭ € ‬536.000.000‭, ‬e rappresentavano il‭ ‬3,9%‭ ‬degli investimenti totali regionali e il‭ ‬4,7%‭ ‬degli investimenti agricoli nazionali‭ (‬INEA‭ ‬2013‭)‬. Gli investimenti volti alla diminuzione dei fattori di costo‭ (‬concimi e fertilizzanti,‭ ‬alimenti animali,‭ ‬energia,‭ ‬acqua‭) ‬sono ancora piuttosto contenuti: in Sicilia solo‭ ‬700‭ ‬aziende,‭ ‬pari allo‭ ‬0,3%‭ ‬del totale,‭ ‬hanno effettuato investimenti per la produzione di energia da fonti rinnovabili,‭ ‬tra le quali la più diffusa in numero di impianti è quella solare‭ (‬84%‭)‬.
Uno dei vincoli principali allo sviluppo degli investimenti da parte delle aziende agricole siciliane è rappresentato dalla difficoltà di accesso al credito.‭ ‬In Sicilia il credito al settore agricolo pesa per appena il‭ ‬3,6%‭ ‬del credito erogato in Italia nel settore,‭ ‬e il credito erogato per ettaro coltivato in Sicilia risulta ampiamente sotto la media nazionale‭ (‬-66%‭)‬.‭

Con particolare riferimento all’insufficiente offerta di alimenti semilavorati e finiti, coltivati e trasformati in Sicilia (mancata chiusura delle filiere produttive agro-alimentari), le statistiche indicano anche un calo dei consumi di prodotti agroalimentari siciliani dovuto alla crisi economica che imperversa da un decennio e a stili di vita che privilegiano, purtroppo, prodotti legati alla grande distribuzione alimentare.

Questa riduzione nei consumi risulta dal rapporto della Banca d’Italia “Economie Regionali – L’economia della Sicilia” (giugno 2015): “nel 2014, il valore aggiunto del settore agricolo si è ridotto in termini reali del 4,3 per cento”. Inoltre, in base ai dati dell’Istat (Eu-Silc) nel 2012 (ultimo anno per il quale il dato è presente) il reddito disponibile equivalente delle famiglie siciliane era pari a € 12.572, rispettivamente il 10,7% e il 30,8% in meno rispetto alla media del Mezzogiorno e dell’Italia. Tra il 2007 e il 2012 i redditi familiari si sono ridotti in Sicilia del 15,9% a prezzi costanti, più che per il Mezzogiorno e per il resto del Paese.

Il valore del settore agroalimentare in Sicilia è di quattro miliardi di euro, mentre un miliardo è il controvalore delle esportazioni. I restanti tre miliardi costituiscono il valore totale dei prodotti consumati all’interno dell’Isola. Se si considera che in Sicilia la spesa complessiva per i prodotti agroalimentari ammonta a otto miliardi di euro, ci si rende conto che ci sono ben cinque miliardi di differenziale. Questo dato può costituire un’ottima base di partenza per lo sviluppo del comparto e per le relative ricadute occupazionali. Ad esempio, la Sicilia importa il 95% delle carni e mortadelle che consuma.

A ciò si aggiunge il fatto che la massiccia importazione di prodotti non siciliani, conseguenza della liberalizzazione degli scambi, avviene in una realtà agricola impreparata a questi eventi: le disfunzioni della nostra agricoltura – come la mancata chiusura, valorizzazione e tracciabilità delle nostre filiere produttive -, fanno sì che i prodotti siciliani sono sottoposti ad una concorrenza basata solo sul prezzo senza tenere conto delle loro qualità.

Il settore in esame si caratterizza per un insufficiente reddito prodotto dalle aziende agricole. Probabilmente la causa primaria è da ricercare proprio nel «reddito» ricavabile in Sicilia da un’agricoltura di tipo “tradizionale”. Questo problema è molto più tangibile tra le aziende di medie e piccole dimensioni.

I ricavi provenienti dalla sola vendita di materia prima (Es. uva, olive, frutta, cereali), non sono in condizione di sostenere economicamente un’azienda agricola tradizionale. Dal Report del 2014 dell’Istituto Nazionale di Economia Agraria (RICA–INEA), emerge che il reddito netto in Sicilia è inferiore rispetto a quello nazionale anche se i costi di esercizio mediamente sono inferiori rispetto a quelli nazionali: circa € 14.400 contro € 21.700.

Dunque, nel 2012 le aziende agricole siciliane hanno realizzato mediamente un reddito netto pari a circa € 14.400, dato in forte contrazione (-22,4%) rispetto al 2011, e ancora di più rispetto a quanto rilevato a livello nazionale nello stesso periodo (-4,2%).

La situazione reddituale delle imprese agricole siciliane appena descritta, verificatasi nonostante la diminuzione dei costi correnti (-11,1%), è da ricondurre ad un decremento dei ricavi totali aziendali (-10,6%) e ad un aumento dei costi pluriennali (+19,9%). Le uniche voci che fanno registrare un incremento rispetto al 2011 sono, per l’appunto, i costi pluriennali e gli aiuti pubblici provenienti dal Programma di Sviluppo Rurale Sicilia 2007-2013 o da altre fonti diverse dal 1° pilastro della PAC (+16,0%).

Vi è una significativa differenza tra l’entità dei ricavi medi aziendali che in Sicilia nel 2012 ammontavano a circa € 34.600, molto al di sotto (-41%) del valore conseguito a livello nazionale, pari a circa € 58.300. Il notevole divario è da ricollegare, oltre che a fenomeni di natura congiunturale, anche alle più ridotte dotazioni strutturali delle aziende siciliane e ad una maggiore incidenza di processi produttivi estensivi e meno remunerativi[1].

I dati relativi ai risultati economici per classe dimensionale, oltre a mostrare, come ci si aspetta, che tutti gli aggregati crescono al crescere della dimensione economica aziendale, evidenzia anche che le aziende della classe dimensionale con valore della produzione standard compreso tra € 4.000 e € 25.000, ossia oltre il 65% dell’universo RICA rappresentato, realizza un reddito netto di circa € 4.800, molto al di sotto della media regionale (€ 14.400 circa). Ciò comporta che una quota rilevante delle aziende agricole professionali siciliane è caratterizzata da un basso livello di reddito e che, verosimilmente, non è in grado di remunerare in modo adeguato i fattori produttivi apportati.

[1] In termini relativi, il reddito netto rappresenta il 42% dei ricavi totali mentre in Italia, dove in valore assoluto questo ammonta a € 21.700 (+34% rispetto al reddito netto delle aziende siciliane), tale quota scende al 37% dei ricavi totali. I costi variabili nelle aziende siciliane rappresentano il 33% dei ricavi totali (41% in Italia) mentre i costi fissi in Sicilia incidono per il 9% (8% in Italia). Nella regione, infine, si registra una maggiore incidenza dei redditi distribuiti (16% contro il 14% del dato nazionale).

Il settore agricolo è destinatario di insufficienti investimenti. Nel‭ ‬2011‭ ‬gli investimenti fissi lordi nel settore agricolo in Sicilia si attestavano su‭ € ‬536.000.000‭, ‬e rappresentavano il‭ ‬3,9%‭ ‬degli investimenti totali regionali e il‭ ‬4,7%‭ ‬degli investimenti agricoli nazionali‭ (‬INEA‭ ‬2013‭)‬. Gli investimenti volti alla diminuzione dei fattori di costo‭ (‬concimi e fertilizzanti,‭ ‬alimenti animali,‭ ‬energia,‭ ‬acqua‭) ‬sono ancora piuttosto contenuti: in Sicilia solo‭ ‬700‭ ‬aziende,‭ ‬pari allo‭ ‬0,3%‭ ‬del totale,‭ ‬hanno effettuato investimenti per la produzione di energia da fonti rinnovabili,‭ ‬tra le quali la più diffusa in numero di impianti è quella solare‭ (‬84%‭)‬.
Uno dei vincoli principali allo sviluppo degli investimenti da parte delle aziende agricole siciliane è rappresentato dalla difficoltà di accesso al credito.‭ ‬In Sicilia il credito al settore agricolo pesa per appena il‭ ‬3,6%‭ ‬del credito erogato in Italia nel settore,‭ ‬e il credito erogato per ettaro coltivato in Sicilia risulta ampiamente sotto la media nazionale‭ (‬-66%‭)‬.‭

Sul fronte dei finanziamenti pubblici, si assiste ad un’inefficiente gestione del PSR.

L’agricoltura siciliana è, ed è stata, destinataria di ingenti finanziamenti europei: 2 miliardi di euro sono arrivati dal PSR 2007/2014, e altri 2,3 si attendono dalla programmazione del PSR 2014/2020. Inoltre, gli agricoltori hanno la possibilità di accedere ad altri finanziamenti, come, ad esempio, i fondi stanziati dall’ISMEA (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare). Tuttavia, queste risorse, alla luce della profonda crisi, che ad oggi persiste, non sono state utilizzate nel modo corretto, o, comunque, non hanno determinato un incremento del valore aggiunto delle produzioni agricole siciliane; i criteri di ripartizione dei fondi comunitari del PSR che dipendono dalla Regione Siciliana, in accordo al documento strategico “Europa 2020”, dovrebbero tenere maggiormente in considerazione l’obiettivo di un’agricoltura sostenibile dal punto di vista ambientale, e dovrebbero tenere conto maggiormente delle variegate realtà geografiche, produttive ed imprenditoriali siciliane.

Un altro limite allo sviluppo del settore è rappresentato dalle difficoltà di commercializzazione dei prodotti agro-alimentari siciliani.

La scarsa capacità aggregativa delle imprese agricole siciliane è un altro fattore che ostacola lo sviluppo del settore.

‭Il popolo siciliano ha sempre visto con diffidenza e ritrosia la necessità di aggregarsi, afflitto forse da quella “ipertrofia dell’io” (definizione del giurista siciliano Giuseppe Maggiore), ripresa più volte da Leonardo Sciascia. Questo difetto è storicamente insito anche nella cultura dell’imprenditore agricolo siciliano, che ha sempre avuto difficoltà a progettare una strategia di aggregazione, necessaria, specie attualmente, a confrontarsi con un mercato sempre più globale.

Questa problematica si palesa anche nella incapacità di chiudere le filiere produttive con conseguente riduzione dei margini di profitto e scarso controllo della qualità finale dei prodotti.‭ ‬Ad oggi l’imprenditore agricolo siciliano viene visto come esclusivo fornitore di materia prima.
La gran parte delle statistiche disponibili indica che l‭’‬80/90%‭ ‬(Francesco Liardo – 2016 – Business & Economics) del valore finale di un prodotto trasformato va a beneficio degli attori a valle del processo produttivo‭ (‬trasformatori e distributori‭)‬,‭ ‬e non ai produttori primari.
L’incapacità di fare squadra determina la mancanza di un comparto agricolo in grado di coprire puntualmente gli ordinativi di distributori commerciali, ed, inoltre, non garantisce la riduzione dei costi di produzione per inadeguate economie di scala.

Un dato che fa riflettere è l’insufficiente attenzione agli impatti ambientali da parte del comparto agricolo.

Ad esempio, per quanto riguarda l’utilizzo che si fa di pesticidi‭ in Sicilia la situazione è davvero preoccupante:‭ ‬la Regione Siciliana non ha ancora ultimato la preventiva trasmissione al Ministero della Salute delle analisi del‭ ‬2014‭ ‬dei livelli di pesticidi presenti negli alimenti.‭ ‬Per questa ragione,‭ ‬Legambiente Sicilia chiede che sul fenomeno del multi residuo la Regione si faccia promotrice di un campo di indagine a tutto tondo per spingere le autorità competenti a procedere con passi più spediti verso una risoluzione del problema.

A fine‭ ‬2015‭ ‬è stato pubblicato sulla GURS‭ (‬Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana‭) ‬del‭ ‬18.12.2015,‭ ‬il Piano di azione regionale uso sostenibile degli agro farmaci‭ ‬-‭ ‬Disposizioni per la prima attuazione della difesa fitosanitaria a basso apporto di prodotti fitosanitari prevista da PAN‭ ‬nel territorio della Regione Siciliana.
Il Rapporto nazionale pesticidi‭ ‬2016‭ ‬dell’ISPRA,‭ ‬conferma un primato della Sicilia relativo alla contaminazione delle acque sotterranee.‭ ‬Nell’isola il‭ ‬22,3%‭ ‬delle falde acquifere monitorate è risultato sopra i limiti e dunque con la più elevata frequenza di casi di non conformità.‭ ‬In particolare,‭ ‬lo sforamento delle concentrazioni per i pesticidi si registra nella piana di Vittoria,‭ ‬dove sono numerosissime le colture in serra e in sotto-plastica.‭ ‬Ulteriori superamenti,‭ ‬seppur con un numero di campionamenti minori,‭ ‬si sono registrati anche nella piana di Marsala-Mazara del Vallo,‭ ‬nella piana di Catania,‭ ‬nei bacini idrogeologici di Piazza Armerina,‭ ‬dei Monti Peloritani e dei Nebrodi.‭ ‬La causa è imputabile ad un settore agricolo che utilizza ancora in maniera diffusa le sostanze chimiche nei campi‭, ‬anche se indubbiamente meno rispetto al passato.‭ ‬A fine novembre‭ ‬2016,‭ ‬l’ARPA‭ (‬Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente‭)‬,‭ ‬che si occupa della ricerca dei fitosanitari,‭ ‬ha diffuso un report che non lascia adito a dubbi:‭ ‬l’indagine sui dati di utilizzo di diverse categorie di fitofarmaci impiegati nelle colture agricole evidenziano che‭ “‬i composti utilizzati in Sicilia,‭ ‬ed in particolare nella provincia di Ragusa,‭ ‬sono caratterizzati da consistenti impatti potenziali su tutti i comparti indagati‭”‬.‭ ‬Tali numeri risultano superiore a quelli rilevati in ambito nazionale e non sono state sufficienti le politiche di regolamentazione dell’immissione in commercio orientate da anni verso un uso più sostenibile.

Anche per quanto riguarda la desertificazione del suolo,‭ ‬la situazione in Sicilia è allarmante. 

In uno studio pubblicato nel 2015 sulla rivista Science Climate change: The 2015 Paris Agreement thresholds and Mediterranean basin ecosystems, gli scienziati Guiot J. e Cramer W. dichiarano senza mezzi termini che gran parte della Spagna e l’intera Sicilia diventeranno desertiche entro la fine del secolo, a meno che le emissioni di gas serra non verranno tagliate subito. Lo studio ha stimato lo stato della vegetazione della regione mediterranea in quattro differenti situazioni,‭ ‬dalla più lieve alla più grave.‭ ‬Nel peggiore dei casi‭ – ‬ipotizzando che la‭ ‬temperatura globale si alzi oltre i‭ ‬5‭ ‬gradi centigradi‭ – ‬il deserto si espanderebbe in tutta la Spagna meridionale e divorerebbe anche la Sicilia,‭ ‬mutando di conseguenza la vegetazione dell’intera Europa del Sud.‭ ‬Nemmeno rispettare i limiti decisi a Parigi‭ – ‬il famoso paletto di‭ ‬1,5‭ ‬gradi centigradi‭ – ‬salverebbe del tutto il nostro continente.‭ ‬Già oggi l’area mediterranea ha conosciuto un aumento delle temperature di‭ ‬1,3‭ ‬gradi,‭ ‬superiore all’aumento medio globale,‭ ‬il quale si attesta intorno agli‭ ‬0,80‭ ‬gradi centigradi.‭ ‬Arrivare ad un rialzo di‭ ‬1,5‭ ‬gradi,‭ ‬secondo lo studio,‭ ‬comporterebbe in ogni caso una significativa espansione del deserto,‭ ‬con cambiamenti dell’ecosistema mediterraneo maggiori a tutti quelli conosciuti negli ultimi‭ ‬10.000‭ ‬anni,‭ ‬ovvero dall’inizio dell’Olocene.‭ ‬Insomma,‭ ‬gli impegni presi durante la Cop21‭ ‬non sono sufficienti per mantenere intatto il nostro ecosistema.
Lo studio non ha preso in esame altri impatti che potrebbero essere causati dalle azioni umane,‭ ‬come per esempio la deforestazione.‭ ‬Convertire le foreste in suoli agricoli o in zone urbane,‭ ‬ovviamente,‭ ‬non può che aumentare il pericolo di desertificazione.‭

L’agricoltura industriale contribuisce a determinare la desertificazione,‭ ‬ossia l’impoverimento progressivo del suolo e delle sue proprietà chimico-fisiche fino al punto di non riuscire a sostenere l’insediamento di comunità animali e vegetali,‭ ‬l’equilibrio stesso dell’ecosistema.‭ ‬È un processo che porta ad una riduzione irreversibile della capacità del suolo di produrre risorse e servizi.‭ ‬Secondo dati di maggio‭ ‬2015‭ ‬del C.N.R.‭ (‬Consiglio Nazionale delle Ricerche‭)‬,‭ ‬un quinto del territorio italiano è a rischio desertificazione.‭ ‬In Sicilia le aree che potrebbero essere interessate da desertificazione sono addirittura il‭ ‬70%.‭ ‬La causa principale sono i cambiamenti climatici,‭ ‬che hanno ridotto le precipitazioni,‭ ‬soprattutto durante i mesi estivi.‭ ‬In secondo luogo,‭ ‬la desertificazione è causato da allevamenti intensivi,‭ ‬agricoltura industriale,‭ ‬OGM,‭ ‬sovra sfruttamento delle risorse idriche,‭ ‬deforestazione e approvvigionamento energetico insostenibile.‭ ‬Pratiche che stanno trasformando le grandi aree verdi della nostra regione in paesaggi lunari che perdono ogni giorno le loro proprietà nutritive e riducono drasticamente la qualità e la quantità di quello che riusciamo a produrre.‭

Cartina delle aree vulnerabili alla desertificazione in Sicilia:‭

http://www.sias.regione.sicilia.it/pdf/Carta%20desertificazione%20A3.pdf

Per quanto riguarda l’introduzione e l’acclimatamento delle specie aliene nella nostra Isola, rappresentano un problema non solo per la biodiversità siciliana, ma anche un costo economico non indifferente. Nel 2008, ad esempio, il costo sostenuto per il controllo delle specie aliene invasive e per rimediare ai danni da queste causate in tutta l’UE, ha raggiunto un valore stimato compreso tra i 9,6 e 12,7  miliardi di euro. Ma si tratta, con tutta probabilità, di un valore sottostimato, considerato che molti Paesi hanno appena iniziato a calcolarne i costi e che spesso non si riescono a conteggiare le spese sostenute dai privati cittadini e i danni indiretti. L’inventario DAISIE (2015) ha individuato 12122 specie alloctone in Europa, di queste si stima che circa il 15% (che corrisponde a più di 1800 specie) potrebbe mettere in pericolo la biodiversità in Europa e quindi in Sicilia che rappresenta uno degli hot spot della biodiversità dell’area Mediterranea. Il punteruolo rosso, per il quale vi è stato grande allarme, non è che la punta dell’iceberg del problema. Ogni anno, infatti, si verificano introduzioni di specie aliene che infestano, per esempio, il pomodoro, il nocciolo, i castagni, l’olivo ecc. Il problema, però, sta a monte, e nonostante i protocolli per evitare l’introduzione di specie aliene ed i controlli appare chiaro che ci troviamo di fronte ad un problema molto difficile da risolvere e gestire con i mezzi legislativi e di controllo attualmente messi a disposizione. Infatti, in un territorio come quello siciliano, caratterizzato da ricchissima biodiversità e da elevata vocazione agricola, con punte di eccellenza nel settore biologico ed integrato, e alla luce del fatto che il clima siciliano facilita l’acclimatamento di diverse specie aliene dannose, è necessario un opportuno intervento legislativo per fronteggiare il problema.

Un altro aspetto di cui tenere conto è l’emigrazione dalla Sicilia e l’abbandono terreni agricoli. Nel 2015 21.514 persone hanno abbandonato la Sicilia, di questi il 27,6% (fonte: rapporto Svimez) è in possesso di una laurea. Siamo di fronte a un fenomeno di emigrazione di manodopera e di cervelli, che comporta anche un doppio danno in quanto trattandosi di giovani la cui formazione è sostenuta finanziariamente dai genitori che vivono al Sud, avremo un impoverimento sociale ed economico. Molto preoccupante ed anche paradossale è il fenomeno dell’emigrazione all’estero‭; ‬nel‭ ‬2014‭ ‬hanno lasciato la Sicilia per andare all’estero‭ ‬8.765‭ ‬persone.‭ ‬I siciliani iscritti all’Aire‭ (‬Anagrafe dei residenti all’estero‭)‬,‭ ‬sono in tutto‭ ‬713.483,‭ ‬ovvero ogni sette siciliani ce n’è uno che riesiede all’estero‭ (‬fonte:‭ ‬Rapporto Italiani nel mondo della Fondazione Migrantes‭)‬.‭

http://catania.liveuniversity.it/2017/05/01/istat-fuga-sud-sicilia-restera-29-popolazione/
ISTAT – Fuga dal Sud: in Sicilia resterà solo il 29% dei residenti
Il fenomeno dell’emigrazione dal Sud verso il Centro-Nord dell’Italia ha in quest’ultimo periodo raggiunto dati importanti: in tanti per motivi di necessità economiche e lavorative sono costrette ad abbandonare il Mezzogiorno per cercare fortuna altrove. L’ISTAT ha proposto delle previsioni future riguardo il progredire di questo fenomeno.

Nel report “Il futuro demografico del paese“, l’ISTAT ha certificato delle previsioni future dell’emigrazione dal sud al centro-nord Italia: entro il 2065 in Sicilia resterà solo il 29% dei residenti, contro il 34% attuale, mentre la popolazione del mezzogiorno residente al nord raggiungerà il 71% contro il 66% di oggi. Sostanzialmente, secondo i dati statistici, il progressivo declino della popolazione avverrà con continuità e in modo massivo a partire dal 2045. La probabilità che nel 2065 la popolazione del nord cresca di molto è addirittura del 31%, mentre le probabilità del sud sono praticamente nulle.

Inoltre bisogna considerare che tra cinquant’anni la popolazione italiana passerà da circa 58 milioni a 53 milioni e continuerà a decrescere. Ciò avverrà perché il tasso di natalità non riuscirà a coprire il tasso di mortalità. Infatti, cosa che accade già adesso, la precaria situazione lavorativa ed economica dei giovani d’oggi non consentirà loro di crearsi una vita indipendente abbastanza presto e ciò ridurrà ulteriormente le nascite provocando un sostanziale calo demografico.

Le previsioni future pertanto non sembrano presentarsi tra le più rosee. Infatti la crisi economica globale, che non accenna a diminuire, non permette l’indipendenza di tanti giovani e tante coppie. Molti rinangono ancora legati alla propria terra d’origine, non desiderando abbandonarla, ma l’emigrazione è un dato ormai da non sottovalutare in quanto sembra che soltanto spostandosi i giovani riescano a realizzare una parte dei propri obiettivi. Bisognerà tener duro, sperare in un futuro migliore, ma soprattutto – come hanno già fatto i nostri nonni e bisnonni in passato – portare nel cuore la propria terra ovunque si vada.

Sotto lo studio che dimostra la validità della tesi biologic

o/organico

Il settore agricolo siciliano è strettamente connesso con alcune problematiche ambientali specifiche della nostra Isola, quali il sovrasfruttamento e l’inquinamento idrico e del suolo.

La tutela dell’ambiente e della salute passano anche attraverso una regolamentazione dell’uso dei pesticidi. L’utilizzo di pesticidi nell’Isola ha raggiunto livelli elevatissimi. La Regione Siciliana non ha ancora ultimato la preventiva trasmissione al Ministero della Salute delle analisi del 2014 dei livelli di pesticidi presenti negli alimenti. Per questa ragione, Legambiente Sicilia ha chiesto che sul fenomeno del multiresiduo la Regione si faccia promotrice di un campo di indagine a tutto tondo per spingere le autorità competenti a procedere con passi più spediti verso una risoluzione del problema. A fine 2015 è stato pubblicato sulla GURS (Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana) del 18.12.2015, il Piano di azione regionale sull’uso sostenibile degli agro farmaci – Disposizioni per la prima attuazione della difesa fitosanitaria a basso apporto di prodotti fitosanitari prevista da PAN nel territorio della Regione Siciliana.

Il Rapporto nazionale pesticidi 2016 dell’ISPRA, conferma il primato della Sicilia relativo alla contaminazione delle acque sotterranee. Nell’Isola il 22,3% delle falde acquifere monitorate è risultato sopra i limiti e dunque con la più elevata frequenza di casi di non conformità. In particolare, lo sforamento delle concentrazioni per i pesticidi si registra nella piana di Vittoria, dove sono numerosissime le colture in serra e in sotto-plastica. Ulteriori superamenti, seppur con un numero di campionamenti minori, si sono registrati anche nella piana di Marsala-Mazara del Vallo, nella
piana di Catania, nei bacini idrogeologici di Piazza Armerina, dei Monti Peloritani e dei Nebrodi. La causa è imputabile ad un settore agricolo che utilizza ancora in maniera diffusa le sostanze chimiche nei campi – anche se indubbiamente meno rispetto al passato.

A fine novembre 2016, l’ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente), che si occupa della ricerca dei fitosanitari, ha diffuso un report che non lascia adito a dubbi: l’indagine sui dati di utilizzo di diverse categorie di fitofarmaci impiegati nelle colture agricole evidenziano che “i composti utilizzati in Sicilia, ed in particolare nella provincia di Ragusa, sono caratterizzati da consistenti impatti potenziali su tutti i comparti indagati”. Tali numeri risultano superiore a quelli rilevati in ambito nazionale e non sono state sufficienti le politiche di regolamentazione dell’immissione in commercio orientate da anni verso un uso più sostenibile.

Per ciò che riguarda le falde idriche, la situazione non è confortante, oltre che per il problema dell’inquinamento da pesticidi anche per quello della salinizzazione. Nei corpi idrici presenti nelle fasce costiere, da anni, infatti, si manifestano fenomeni di salinizzazione delle acque sotterranee per intrusione marina.

Anche per quanto riguarda la desertificazione del suolo, la situazione in Sicilia è allarmante. L’agricoltura industriale contribuisce alla sua determinazione, attraverso l’impoverimento progressivo del suolo e delle sue proprietà chimico-fisiche fino al punto di non riuscire a sostenere l’insediamento di comunità animali e vegetali, nonché l’equilibrio stesso dell’ecosistema. È un processo che porta ad una riduzione irreversibile della capacità del suolo di produrre risorse. Secondo dati di maggio 2015 del C.N.R. (Consiglio Nazionale delle Ricerche), 1/5 del territorio italiano è a rischio desertificazione. In Sicilia le aree che potrebbero essere interessate da desertificazione sono addirittura il 70%. Le cause principale sono i cambiamenti climatici, che hanno ridotto le precipitazioni, soprattutto durante i mesi estivi. In secondo luogo, la desertificazione è causata da allevamenti intensivi, agricoltura industriale, OGM, sovra sfruttamento delle risorse idriche, deforestazione e approvvigionamento energetico insostenibile. Pratiche che stanno trasformando le grandi aree verdi della nostra regione in paesaggi lunari che perdono ogni giorno le loro proprietà nutritive e riducono drasticamente la qualità e la quantità di quello che riusciamo a produrre.
Cartina delle aree vulnerabili alla desertificazione in Sicilia:

Fonte: http://www.sias.regione.sicilia.it/pdf/Carta%20desertificazione%20A3.pdf

Riferimenti normativi: D.D.L.n. 960 /2015 “Limiti all’impiego di sostanze diserbanti chimiche” presentato dai deputati regionali M5S, prima firmataria On. Palmeri

Riferimenti normativi: D.D.L. n. 932/2015 “Disposizioni in materia di impiego di organismi geneticamente modificati (OGM) in agricoltura sul territorio della Regione”, presentato dai deputati regionali M5S, prima firmataria On. Foti.

Dati relativi al tipo di agricoltura siciliana

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